Cosa può andare (ancora) storto nel Mezzogiorno
Volendo, uno può anche far finta di niente. Ma forse è più saggio chiedersi se abbiamo qualche idea decente su come invertire la rotta
Dramma in tre atti
Questo è un dramma in tre atti. Il primo racconta come siamo arrivati a fare i conti con dati così deprimenti. Il secondo avverte di un futuro tutt’altro che roseo. Il terzo parla di possibili soluzioni e dovrebbe perciò rincuorarci, ma non aspettatevi troppo ottimismo.
Una piccola premessa e poi siamo pronti a iniziare.
Forse lo sapete o forse no, ma il divario economico che separa il Mezzogiorno dal resto d’Italia è un caso studiato da decenni in tutto il mondo.
I motivi sono almeno tre. Primo, il Mezzogiorno è grande. Con 20 milioni di abitanti ha una popolazione che supera quella di 20 dei 27 paesi che formano l’Unione Europea. Secondo, il divario economico tra il Mezzogiorno e il resto del paese è straordinariamente ampio. Terzo, il divario odierno è uguale a quello di 60 anni fa: cioè, è straordinariamente persistente.
Atto primo: Dove siamo
La popolazione residente nel Mezzogiorno rappresenta il 34 % della popolazione italiana. Con questa popolazione, l’area produce solo il 22 % del prodotto interno lordo nazionale. Entrambe le quote sono in diminuzione da anni: guardate la linea rossa e quella blu tratteggiata nella Figura 1, ripresa da uno studio della Banca d’Italia.

Con questi dati, non sorprende che il PIL pro capite sia così mal messo relativamente a quello del Centro Nord. Fatto pari a 100 il PIL pro capite di quest’ultima area, quello meridionale è pari a 56.
Nella Figura 2 vedete tutti i dettagli che servono per farvi un’idea della persistenza di questo divario. Tenete conto che sono anni anche di molti importanti interventi pubblici, straordinari o ordinari, che intendevano favorire la convergenza del Mezzogiorno. Come si vede, al netto di qualche successo temporaneo, è chiaro che nessun intervento pubblico è stato in grado di innescare un vero processo virtuoso.1

Per capire meglio cosa c’è dietro questo ritardo economico, è utile ricordare che il PIL pro capite dipende da alcuni semplici fattori:
La produttività (quanto produce ogni persona che lavora)
Il tasso di occupazione (percentuale di occupati sulla popolazione in età lavorativa)
La quota di popolazione in età lavorativa (la linea verde nella Figura 1)
I punti 1 e 2 sono i principali responsabili del divario attuale (sul ruolo del punto 3 tornerò più avanti).
La Figura 3 mostra il contributo che possiamo attribuire al ritardo di produttività che, come si vede, nel Sud è intorno al 75% rispetto a quella del Centro Nord. Per arrivare al 56% del divario del PIL pro capite bisogna aggiungere il tasso di occupazione (il punto 2), che al Sud è molto inferiore rispetto al resto del paese.
Nella Figura 3 si vede anche un’altra caratteristica negativa: dal 1990 in poi il divario aumenta. È un ulteriore, enorme problema: con una produttività relativa in declino soffrono anche i salari, cosa che può spingere un numero crescente di giovani di cercare lavoro in regioni che offrono retribuzioni più alte.
Detto questo, dovremmo completare il quadro parlando di capitale umano, di settori più o meno innovativi, di dimensioni insufficienti delle imprese. Per motivi che capirete, sono però temi che lascio per dopo.
Ora sappiamo più o meno da dove partiamo. Ma dove stiamo andando?

Atto secondo: Il divario rischia di crescere
Mentre decenni di politiche pubbliche si sono rivelate inefficaci, ci sono un paio di meccanismi che remano con forza nella direzione opposta, quella di un divario in aumento.
1️⃣ Demografia. Il primo meccanismo ha a che fare con un fenomeno globale che nel Mezzogiorno è particolarmente intenso. È l’“inverno demografico”, che ha l’origine nel costante declino del tasso di fecondità, nell’aumento delle aspettative di vita (longevità) e, in un caso come il Mezzogiorno, nei flussi migratori in uscita, che coinvolgono soprattutto giovani istruiti.
Tutto questo ha una conseguenza importante sull’economia. Semplicemente, il calo delle nascite, sommato alla migrazione dei giovani, accelera l’invecchiamento della popolazione. E quest’ultimo provoca la riduzione tendenziale della quota di popolazione in età lavorativa.
L’invecchiamento della popolazione è più rapido al Sud. Di conseguenza, il Pil pro capite meridionale declinerà più rapidamente e il divario aumenterà
Quella quota è una delle componenti — la numero 3 della nostra lista — che determina il PIL pro capite. E se quella quota declina più rapidamente nel Sud che nel resto del paese, allora anche il PIL pro capite declinerà più rapidamente facendo aumentare ulteriormente il divario a sfavore del meridione.
E in effetti le tendenze sono tutte contro il Mezzogiorno. Come riporta la Svimez, entro il 2050 l’Italia perderà 4,5 milioni di residenti ma ben l’82 % di questa contrazione (3,6 milioni di persone) sarà concentrato nel Mezzogiorno, dove la popolazione giovane diminuirà di circa un terzo (‑32,1 %).2
Un recente studio dell’OCSE ci dà un’idea della dimensione quantitativa del problema. In assenza di compensazioni sul lato della produttività (vedi sotto), tra oggi e il 2050 l’invecchiamento della popolazione farà diminuire il PIL pro capite italiano del 18%. Nel Mezzogiorno la riduzione rischia di essere molto maggiore.
2️⃣ Agglomerazione. Questo però non è l’unico meccanismo che potrebbe allargare il divario del Mezzogiorno. Un altro rischio nasce dal fatto che le tecnologie digitali sono, da decenni, la principale fonte di crescita economica. L’attuale diffusione dell’intelligenza artificiale generativa renderà ancora più centrale il loro ruolo.
Il problema è che queste tecnologie sono caratterizzate da economie di densità, che si ottengono agglomerando le risorse in poche grandi aree urbane. Come dimostra il Rapporto Draghi, finora alte barriere normative nazionali hanno impedito alla UE di raggiungere livelli adeguati di agglomerazione (e di conseguenza di produttività). La Commissione Europea ne è consapevole e spinge perché quelle barriere vengano rimosse per evitare il declino economico del nostro continente.
Questa strategia sposterà ulteriori risorse verso poche aree urbane “core” europee, rendendo più deboli le aree periferiche. (Su questo punto ho scritto a lungo in un altro articolo che, se volete, potete leggere qui.)
Atto terzo: Politiche necessarie e grandi barriere
🔹 1 | Cosa servirebbe 🔹 In teoria ci sono azioni che potrebbero contrastare questa ulteriore deriva del Mezzogiorno. Ma sono azioni complesse che richiedono due cose. Primo, saper disegnare politiche pubbliche basate su una piena conoscenza della natura dei problemi da affrontare; secondo, la presenza di un soggetto pubblico capace di attuarle con efficacia.
Lascio a dopo il secondo problema, che riguarda la qualità istituzionale di chi gestisce le politiche. Prima un cenno a quali politiche servirebbero.
Per compensare le tendenze al declino ci sono due strade principali. Una è di breve-medio periodo. L’altra, quella principale, è di lungo periodo.

La prima è evidente nella Figura 4. Il Mezzogiorno ha enormi spazi per usare il tasso di occupazione come leva positiva. Gli spazi per migliorare sono notevoli, soprattutto se si riuscisse a favorire una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Cosa non facile, ovviamente.
Anche riuscendoci, tuttavia, il risultato non modificherebbe la tendenza all’invecchiamento della popolazione. Si tratta dunque di un fattore importante nel medio periodo che però da solo non basta perché le tendenze negative di fondo rimangono in atto.
Per contrastare gli effetti di quelle tendenze, la via maestra è lavorare sulla produttività del sistema. L’OCSE ha stimato che in Italia il ritmo attuale di crescita della produttività dovrebbe aumentare di tre volte per compensare la tendenza al declino causato dall’invecchiamento.
Nel Mezzogiorno non basterebbe nemmeno questo, servirebbe andare oltre. Obiettivo ambizioso, date le condizioni di partenza. La chiave per far crescere la produttività, infatti, è avere un sistema economico capace di utilizzare le innovazioni tecnologiche che via via appaiono. Ma nel Mezzogiorno le condizioni non sono favorevoli. Il suo tessuto produttivo è più frammentato che nel resto d’Italia, è poco proiettato sui mercati esteri ed è concentrato soprattutto in attività a basso contenuto tecnologico. Inoltre, è fortemente caratterizzato da imprese di piccola scala, da sempre meno capaci di innovare.3
La debolezza emerge anche dai dati di altro fattore decisivo, le competenze della popolazione. Il Mezzogiorno ha meno laureati e più abbandoni scolastici, risultati di apprendimento inferiori, competenze digitali più deboli, minore partecipazione alla formazione continua e un tasso di NEET più che doppio rispetto al resto del Paese.
Senza politiche pubbliche capaci di colmare queste carenze strutturali del Mezzogiorno, la dinamica della produttività non solo non riuscirà a compensare gli effetti dell’invecchiamento, ma rischierà persino di contribuire ad allargare ulteriormente il divario che separa il meridione dal resto del Paese.
🔹 2| Politiche bloccate 🔹 Servono politiche efficaci, dunque. Ma le abbiamo? E, soprattutto, sappiamo farle funzionare? L’elenco delle carenze appena citate, che si trascinano da decenni, suggerisce di no.
Nel loro classico Barriers to Riches, Stephen Parente ed Edward Prescott ci aiutano a capire perché anche le migliori politiche possono fallire proprio dove servirebbero di più. L’idea è che in questi territori spesso prosperano gruppi di interesse che ricavano rendite dallo status quo; per loro, qualunque riforma che introduca più concorrenza o acceleri il progresso tecnologico rappresenta una minaccia diretta ai loro privilegi. È dunque razionale che erigano ostacoli al cambiamento, difendendo il proprio vantaggio a scapito dell’interesse collettivo.
Nel Sud di questo tipo di barriere se ne possono ipotizzare almeno due (ne ho scritto in maggiore dettaglio qui).
Barriere politico-elettorali
In contesti arretrati e a bassa qualificazione, l’elettorato premia chi difende imprese obsolete che crollerebbero sotto un’ondata di innovazione. I governi locali, sensibili a questo consenso, perpetuano strutture produttive inefficienti invece di sostenerne il ricambio.
Barriere socio-culturali
Dove il capitale sociale è scarso, clientelismo e reclutamento non meritocratico difficilmente trovano sanzione collettiva. Il risultato è un’azione istituzionale che perde efficacia nel promuovere una agenda pro-sviluppo.
Quando questi ostacoli sono solidi e radicati, affidare le politiche di sviluppo al livello locale del governo non è la scelta migliore: proprio lì le istituzioni sono più vulnerabili agli interessi locali che le riforme minacciano.
Eppure la governance odierna delle politiche regionali, a cominciare da quelle finanziate con fondi europei, insiste sull’idea che la regia delle politiche debba essere sempre e comunque attribuita a quei livelli di governo. E che le loro eventuali difficoltà possano essere superate attraverso assistenza tecnica e azioni di capacity building.
Ma quando la resistenza alle riforme nasce da interessi organizzati e norme sociali sfavorevoli, e non da mere carenze tecniche, la formazione migliora poco o nulla la situazione. Pensare che un’azione anche incisiva di “rafforzamento istituzionale” possa trasformare rapidamente la Calabria nel Trentino-Alto Adige è un’illusione.
Quel che manca è un assetto di governance che stabilisca con chiarezza quando e come attivare la sussidiarietà verticale nei casi più critici. Servono norme che permettano di trasferire la regia a livelli di governo meno esposti ai gruppi di pressione locali ogni volta che questi paralizzano le riforme. Non è un esautoramento delle autonomie, ma un rimedio realistico a disfunzioni croniche che non si risolvono nel breve periodo.
Il PNRR italiano e le linee guida della Commissione europea per la nuova politica di coesione sembrano finalmente prendere sul serio la natura di questi ostacoli e il ruolo che la sussidiarietà verticale può svolgere nei casi più difficili. I segnali sono incoraggianti; resta da vedere se diventeranno prassi consolidata.
In sostanza
In fondo, la sostanza è semplice. Ci sono nodi da sciogliere che sono lì da tempo immemorabile. Scioglierli è molto difficile. Serve un’azione pubblica capace di innescare una profonda trasformazione del sistema economico meridionale, che come sempre dovrà affrontare forti resistenze da parte dei molti che ottengono rendite importanti dallo status quo. E serve capire con precisione e realismo qual è il livello di governo più adatto a affrontare sfide così difficili — sfide che talvolta il solo livello locale non è in grado di vincere.
Siamo giunti alla fine. Se siete arrivati fin qui e, come spero, vi ho convinto che i problemi del Mezzogiorno meritano tutta la nostra attenzione senza indulgere in favolette consolatorie, allora sarò contento di aver passato un sacco di tempo a scrivere l’articolo che avete appena letto. 🟥
📌 Questo articolo sviluppa un testo preparato per un recente convegno della LegaCoop (Oristano, 25 giugno 2025). Ringrazio Claudio Atzori per avermi invitato e per i molti suggerimenti che mi hanno aiutato durante la preparazione del mio intervento, e Fabrizio Barca e Gianluca Granero per interessanti discussioni su alcuni dei temi da me proposti.
C’è un unico periodo in cui le politiche pubbliche hanno raggiunto almeno temporaneamente l’obiettivo: inizia nel 1960 e si interrompe bruscamente all’inizio degli anni Settanta. Cosa ha determinato il successo e la sua successiva brusca interruzione? Anche qui servirebbe saperne molto di più. Però alcune ipotesi esistono e sono state testate. Se vi interessa questo dibattito andate qui e leggete l’introduzione di questo mio articolo (scritto con due coautori).







Straordinario nella chiarezza ed assolutamente condividsibile
Interessante articolo