Ciò che Trump afferma in questi giorni è un misto confuso di bugie, ignoranza e obiettivi contraddittori, che definiscono la sua sorprendente visione dell’America nell’economia globale.
Bugie
La più clamorosa la conoscete tutti, ma ricostruirla aiuta a capire come ragiona Trump. Torniamo allora alla famosa conferenza stampa del 2 aprile, che ha gettato nel panico borse e investitori di tutto il mondo e alla tabellina (qui sotto) alla base delle dichiarazioni.
La seconda colonna recita “Dazi imposti agli Stati Uniti”. Per esempio, l’Europa imporrebbe — dice la tabella — un dazio medio del 39% alle merci che arrivano dall’America. Però chi conosce i numeri sa che il dazio vero è intorno al 3%. E allora?
Dopo un po’ il mistero è stato chiarito. Quel 39% è il risultato dell’applicazione della formuletta che vedete qui sotto. Ma diversamente da Trump le formule non mentono. E questa infatti dice una cosa precisa che sbugiarda Trump: quel 39% non ha niente a che fare con la definizione che ne dà la tabella mostrata da Trump: non misura nessun ipotetico dazio imposto dai cattivi europei per fregare gli americani. Quello che la formula definisce è invece il livello dei dazi che consentirebbero all’America di non importare più merci di quelle che esporta verso un generico paese i.
Per farla semplice, l’America importa dall’Europa più merci di quelle che esporta (ha un deficit commerciale: m(i)>x(i)), cosa che innervosisce Trump. Incrementare il dazio del 39% determinerebbe — se un po’ di assunzioni di fondo reggono — un aumento del prezzo dei beni importati tale da abbassare le importazioni esattamente al livello delle esportazioni (che si assume rimangano immutate). Il numeratore della formula si azzera, il deficit si annulla e Trump è felice.1
Quindi Trump ha detto una gigantesca falsità in mondovisione. Ha dichiarato che l’America è aggredita da enormi dazi imposti da tutti contro le sue merci, ma non è vero. Avrebbe dovuto dire la verità: la seconda colonna mostra semplicemente i dazi necessari per annullare il deficit commerciale americano con ciascun paese. Ma sarebbe stato un punto molto, molto più complicato da spiegare, e avrebbe rivelato la sua folle idea di come vorrebbe che funzionasse l’economia globale per “fare l’America di nuovo grande”.
Un esempio aiuta a chiarire il punto. Immaginate un’isoletta del Pacifico che produce, solo lei, un frutto tropicale molto amato dagli americani. Quest’isoletta però è povera, i suoi cittadini non possono permettersi di importare dagli USA i loro costosi iPhone o altri prodotti e servizi hi-tech.
Chiaro che in questo caso le importazioni americane sono grandi e le esportazioni circa inesistenti. E dovrebbe essere anche chiaro che gli americani non hanno bisogno di finanziare gli acquisti dell’amato frutto tropicale con i soldi che incassano vendendo i propri prodotti all’isoletta. Hanno altre e ben maggiori fonti di ricchezza per finanziare quell’acquisto, compresa la vendita dei loro prodotti di punta in mercati grandi e ricchi che ne fanno un grande consumo (chiedere dettagli ai capi di Microsoft, OpenAI, Meta, Apple e così via).
Nel mondo ideale di Trump, invece, l’America imporrebbe dazi per pareggiare importazioni ed esportazioni anche verso quest’isoletta. Cosa che, in questo caso, praticamente azzererebbe le imporazioni e impedirebbe agli americani di acquistare l’apprezzato prodotto tropicale. E comunque li condannerebbe a pagarlo un prezzo altissimo, se mai avessero la fortuna di trovarlo in qualche scaffale americano.
Come vedete, è più facile inventarsi l’esistenza di un mondo che “sfrutta l’America” che spiegare la fallimentare logica secondo cui sarebbe giusto uguagliare esportazioni e importazioni con ogni singolo partner commerciale.
Ignoranza
Ora ci tocca ricordare la teoria del vantaggio comparato, che David Ricardo ci ha donato due secoli fa. Allora l’Inghilterra importava molto grano dall’America e i proprietari dei terreni inglesi vocati al grano erano nervosi. Come sempre in questi casi, non trovarono niente di meglio da fare che chiedere alla politica di adottare dazi che li proteggessero (vi ricorda qualcosa?). Ricardo però dimostrò che quel dazio avrebbe fatto sì gli interessi di quei proprietari, ma avrebbe anche e soprattutto danneggiato i consumatori inglesi e l’intera economia del paese. Dimostrò soprattutto che se ogni paese segue la propria “vocazione” produttiva, tutti ne traggono vantaggio. Se l’America produce il grano a costi inferiori, è un vantaggio anche per i consumatori inglesi; e se l’Inghilterra sposta i lavoratori dalla produzione del grano, in cui non è efficiente rispetto all’America, verso la produzione tessile, verso cui è più vocata, questo diventa un vantaggio anche per i consumatori americani. Se ognuno si concentra a fare ciò che sa fare meglio, i consumatori su ambedue le sponde dell’Atlantico si trovano di fronte a più merci a prezzi più bassi: una chiara strategia win-win, come ci ha insegnato Ricardo.
Ecco l’ignoranza. Nell’immagine dell’economia globale che Trump ha nella propria testa, Ricardo non trova spazio. Trump non dà segni di aver capito l’enorme regalo che ci è stato fatto duecento anni fa e che ci ha rivelato gli enormi vantaggi dello scambio (e della collaborazione) internazionale.
Obiettivi che si contraddicono
Da questa ignoranza deriva la passione di Trump per i dazi, a cui attribuisce un numero impressionante di virtù. Tra le altre, i dazi genererebbero un enorme gettito a favore del governo americano, che lo userebbe per ridurre le tasse e stimolare l’economia; in più, farebbero tornare in America le produzioni manifatturiere che negli anni si sono localizzate in Cina e dintorni, alla ricerca di costi più bassi di quelli americani.
Come hanno notato molti, però, le due cose insieme non si tengono. Se la manifattura torna in America dalla Cina, le importazioni americane si riducono drasticamente e il gettito dai dazi anche. E se invece il gettito rimane alto, vuol dire che l’imposizione di dazi non ha avuto successo nel riportare a casa la manifattura. Questa fava due piccioni non può proprio prenderli.
In mezzo a tutte queste ipotetiche magie, conviene ricordarsi le cose semplici, verificate da annali di ricerche economiche. Nel caso più semplice, i dazi funzionano così:
Primo, l’effetto sui consumatori. I dazi fanno aumentare il prezzo che i consumatori pagano per acquistare il prodotto protetto dal dazio. Dire che i dazi impongono un costo esclusivamente agli odiati importatori di merci straniere è un’altra enorme falsità. Pagano eccome anche i consumatori americani e se ne accorgeranno vedendo l’incremento dei prezzi.
Secondo, gli effetti sui produttori. I dazi favoriscono i produttori meno efficienti del settore protetto, quelli che non reggerebbero la concorrenza ma che ora, in presenza del dazio, hanno a disposizione un prezzo più alto per mascherare la loro scarsa efficienza.
Terzo, l’effetto complessivo. Se si somma il meno (perdite dei consumatori) con il più (guadagno dei produttori protetti e gettito del dazio per le casse pubbliche), le perdite superano i guadagni e quindi il paese nel suo complesso perde.2 Ci vorrebbe un grafico (questo) per farvi vedere come funziona il calcolo, ma poi questo articolo diventa un manualetto di economia e non è il caso. Fidatevi.
C’è un’altra interessante implicazione dei dazi. Come ho detto, in loro presenza imprese inefficienti rientrano nel mercato e riprendono a produrre. Per farlo servono risorse e lavoratori. Da dove li prendono? Se c’è piena occupazione, e in America c’è, possono trovarli solo in due modi: o via immigrazione, ma mi sa che Trump non è d’accordo; oppure sottraendoli ai settori più efficienti, che non hanno bisogno di protezione. Quindi i dazi generano una riallocazione di risorse negativa: si sposta lavoro da imprese efficienti verso imprese inefficienti, che rientrano in gioco solo perché sostenute da un dazio che punisce i consumatori. Se pensate “che caos!”, mi sa che avete colto il punto.
Allora, come ragiona Trump?
Chiaro che non lo sappiamo con certezza, e che questa è la domanda più importante e più difficile. Per ora sappiamo che sostiene cose che dal punto di vista economico non hanno senso. La globalizzazione ha aiutato l’America a rinforzare il proprio ruolo di potenza economica, le ha consentito di specializzarsi nelle attività più redditizie e innovative, di lasciare indietro l’odiata Europa, come ci ha spiegato Mario Draghi. E ora Trump vuole sfasciare tutto questo in nome di un passato mitico e, nella sua testa, tendenzialmente autarchico.
Perché lo fa?
Il sospetto è che creda davvero alle cose che dice. C’è molta ideologia nel suo campo politico, e le ideologie tendono a selezionare solo le informazioni che confermano il proprio sistema di credenze, mentre rifiutano o trascurano quelle che lo mettono in discussione.3 Inoltre, come scrive il Financial Times, c’è la sua storia personale a dettare istinto e convinzioni:
L'era della globalizzazione era definita dall'idea del vantaggio reciproco (win-win), secondo cui entrambe le parti possono beneficiare dalla collaborazione (come ci ha insegnato Ricardo).
Trump, invece, influenzato dalla sua esperienza di imprenditore immobiliare abituato a contendersi terreni edificabili, crede che in una negoziazione possa esserci un solo vincitore. È orgoglioso di non arretrare mai e di non mostrare mai debolezza.
Stiamo assistendo a una combinazione di mercantilismo sincero, impressionante ignoranza riguardo al funzionamento dell’economia globale e sorprendente incompetenza nell’attuazione della politica economica.
Ci sarebbe molto da aggiungere: sui rischi di recessione globale; sulla inquietante correlazione tra dazi e conflitti, e persino guerre; sulla ricomposizione delle alleanze internazionali (Trump è riuscito nel miracolo di far parlare fra loro Cina, Giappone e Corea del Sud); sul fatto che alla fine sarà il mercato a rivelare ai suoi elettori l’insostenibilità dell’economia di Trump, come ha fatto con quella di Liz Truss in Gran Bretagna.
Ma questa è solo la prima puntata di una serie che, temo, non sarà breve.
Chi vuole dare un’occhiata all’algebra alla base dell’interpretazione della formula di Trump proposta nel testo può scaricare questo file con tutti i passaggi formali. Se volete approfondire tenete però anche conto che formula si basa su assunzioni spesso irrealistiche o semplicemente sbagliate. Una di queste ultime l’ha individuata Fabiano Schivardi: un effetto del dazio è abbassare il prezzo che riceve chi esporta beni verso gli USA. Di conseguenza, il valore delle importazioni diminuisce anche per questo motivo, non solo per la contrazione della domanda. Ignorare questo aspetto fa sì che la formula sovrastimi il dazio che eliminerebbe il deficit commerciale.
In realtà c’è un caso in cui le cose potrebbero andare meglio per Trump. È il caso della “optimum tariff”, ma ha scarsa rilevanza pratica. Primo perché se i paesi rispondono imponendo propri dazi come contromisura, l’effetto favorevole svanisce. Secondo, perché l’evidenza prodotta da chi ha studiato gli effetti dei dazi di Trump del 2018 non individuano quello associato al caso di dazio ottimale.
Gli effetti dei dazi applicati proprio da Trump nel 2018 lo smentiscono in ogni sua singola affermazione, come ha mostrato Gianmarco Ottaviano, uno dei massimi esperti al mondo di teorie e dati sul commercio internazionale. Cosa che decisamente non gli ha fatto cambiare idea.





All'epoca di Ricardo, contrari al libero scambio erano i proprietari terrieri perché così veniva minacciata la loro rendita, derivante dalla mera proprietà delle terre (coloro che raccolgono dove non seminano, diceva lo stesso Ricardo). Resta da capire chi, negli USA di oggi, ha lo stesso ruolo dei proprietari terrieri di allora.
Grazie per il report. Non ho capito il significato delle due costanti epsilon e phi, che poi assumono valori che si elidono. Servivano solo a dare un po' di colore "scientifico" all'idiozia? 🤔